“Socialbot”. Come possono condizionare le nostre scelte

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webbotPagheresti 4 euro per 500 followers in più su Twitter? I tuoi contatti su Facebook hanno più amici di te? Vorresti che i tuoi video su Youtube avessero più visualizzazioni?
Swenzy.com, uno dei tanti siti su cui è possibile acquistare “consenso social”, offre un listino prezzi molto competitivo.
Osservandolo, colpisce il “milione di followers Twitter” in vendita a poco più di 3500 euro.

 

 

Ma come fanno a garantire ciò che promettono?
Conoscono forse 1 milione di persone, disposte a fare “click” ovunque gli venga segnalato? Acqua.
Hanno 1 milione di account Twitter con cui cercare l’account del cliente e cliccare su “segui”? Fuochino.

In realtà usano migliaia di web-robot, anche detti “socialbot” o “bot”.
Si tratta di piccoli programmi intelligenti che gestiscono migliaia di account fasulli, si comportano (quasi) come veri esseri umani  e, sotto il controllo di un programmatore,  sono in grado di far aumentare in maniera artificiale le interazioni di un utente. Ad esempio il numero di amici su Facebook, i followers su Twitter, le visualizzazioni dei propri video su Youtube.

L’utilizzo di bot che simulano il comportamento umano su internet non è una novità.
Qualcuno ricorderà quelli utilizzati sulle chat IRC per mantenere l'”op” (utenza di amministrazione) di una chatroom, oppure quelli che permettevano di sviluppare il proprio personaggio nei videogiochi di ruolo come Ultima Online, evitando di passare ore davanti al pc. Piccoli trucchi che consentivano di primeggiare “barando”, in comunità di qualche centinaio di persone.

Oggi però la posta in gioco è molto più alta: si tratta di condizionare scelte e pensieri di milioni di persone.

Tramite click, messaggi e azioni “social” su larga scala, i bot possono facilmente influenzare i “trending topics” (classifica dei temi più discussi del momento) o essere utilizzati da aspiranti celebrità, aziende e persino dalla politica, per creare più clamore intorno a sé, e aumentare la propria popolarità.

Alcuni esempi che appartengono alla storia recente.

In Messico, durante le elezioni del 2012, il Partito Rivoluzionario (PRI) fu sospettato di aver utilizzato dei bot per alterare i “trending topics” a proprio favore, “bombardando” con messaggi fasulli gli hashtag da loro stessi promossi.

In Siria, i bot a favore del regime sarebbero stati usati per confondere e ostacolare il flusso di messaggi favorevoli alla protesta o ai leader dell’opposizione.

In Turchia, durante il periodo in cui Twitter fu sottoposto a censura, centinaia di migliaia di bot sollecitavano gli utenti a scendere in piazza per protestare contro il suo oscuramento.

Infine lo scorso marzo, due studenti del Technion (Istituto israeliano di tecnologia), hanno creato uno sciame di bot che, emulando telefoni Android e finti segnali GPS, ha causato un ingorgo di traffico fasullo su Waze, famoso software di navigazione di Google, inducendo molti automobilisti a cambiare strada.

Beninteso, un bot di per sé non è illegale, ma può esserlo un suo utilizzo inopportuno.
Per contrastare questo fenomeno, grandi colossi internet come Google, Facebook e Twitter, spendono ingenti risorse per migliorare la sicurezza e l’efficienza dei propri filtri anti-spam.
Prima che Twitter si quotasse in borsa, la società ha eliminato milioni di bot dal sistema e anche Google ha rimosso centinaia di milioni di visualizzazioni video da Youtube, attribuite ai bot.

Francesco Laurenti, internet analyst

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